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Moda da museo

Di Simona Peverelli
04 Lug 2014
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Alexander Mc Queen

Il suo nome è The Horn of Plenty, l’abito in piume d’anatra nera di Alexander McQueen che nel 2011 è stato esposto al Metropolitan Museum of Art di New York insieme con altri capi dello stilista scomparso. Una volta era sempre sotto i riflettori, tempestato di flash e lodato dai giornalisti. Poi è finito in una stanza silenziosa, sotto un misero faretto e nella puzza di chiuso. Ogni tanto, qualcuno passava e lo guardava, soprattutto orde scomposte di turisti giapponesi. Una noia mortale per una star come questa. Quello che il vestito non sa, però, è che tra meno di un anno la stessa storia per lui si ripeterà a Londra. Qui, al Victoria & Albert Museum, nella primavera del 2015, ci sarà un’esposizione con questo e altri modelli del designer, dalla prima collezione del 1992 fino a quella dell’A/I 2010, che lui non riuscì a concludere.

Anche gli abiti hanno un’anima. Così, si può immaginare di ricostruire la loro ‘esistenza’, provare a guardarli e indovinare cosa direbbero se potessero parlare. Il gioco è più facile se si tratta di pezzi firmati delle più famose maison al mondo. Come modelle un po’ snob, probabilmente, racconterebbero di quando sfilavano sotto i riflettori, e si lamenterebbero di tutte quelle volte che hanno dovuto fare lavori noiosi: giù dalle passerelle, ferme come fossero su un piedistallo, a farsi stancamente ammirare. “E che dire di me? Impazzivo a stare fermo immobile sulla pedana, io, ribelle e scomposto come sono”, direbbe, se potesse, l’abito da sposa firmato Zandra Rhodes, squarciato da stappi e tempestato di catene di metallo, che lo scorso anno era in mostra al Met di New York con ‘Punk: chaos to couture’.

Ne avrebbero tante da raccontare anche alcuni pezzi storici, come la giacca ricamata con i segni dello Zodiaco di Schiaparelli e la lunga gonna incontrastata di gocce iridescenti di Prada, due capi che si assomigliano tanto, ma che palesemente vengono da due epoche diverse, e che proprio per queste ragioni sono state affiancate, due anni fa, al Met da ‘Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations’.

Davanti a loro, tutti gli altri vestiti starebbero ad ascoltarli come bambini di fronte a un cantastorie, perché loro sono tra quelli che hanno calcato le passerelle più famose.

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Abito Roberto Capucci, ‘The Glamour of Italian Fashion – 1945-2014’

In effetti, la moda italiana da decenni veste il mondo intero, dalle dive di Hollywood ai grandi personaggi. È per questo che 100 ‘ensemble’ e accessori di celebri case, tra cui Dolce & Gabbana, Giorgio Armani, Gucci, Missoni, Prada, Pucci, Valentino, Versace, la couture Giambattista Valli e il ready-to-wear di Fausto Puglisi, sono ora sotto i riflettori di ‘The Glamour of Italian Fashion – 1945-2014’,  fino al 27 luglio al V&A di Londra, insieme con i gioielli di Bulgari indossati da Elizabeth Taylor e gli abiti che facevano impazzire le hollywoodiane Audrey Hepburn e Ava Gardner.

C’è anche chi, invece, dalla pedana è passato persino a calcare un altare: “Io che il giorno delle sue nozze, nel 1995, ho vestito la principessa Marie Chantal di Grecia, sono stato costretto a svilirmi su un freddo e immobile manichino per mesi”, si lamenterebbe l’abito nuziale in seta color avorio impreziosito da ricami floreali e rose applicate, messo in esposizione insieme con altre creazioni di Valentino per tutto l’inverno 2012-2013, durante la ‘Valentino, master of couture’ alla Somerset House di Londra.

Ma c’è un ‘collega’ che senza dubbio ne ha viste più di tutti gli altri. Chissà quanti magazzini e stanze silenziose ha dovuto frequentare l’abito da sposa del 1890 indossato a Londra da un’innominata dama dell’epoca: corsetto strettissimo in vita pieno di ricami e piccole pietre, maniche drappeggiate e gonna ampia. Questo modello sta rivivendo oggi in mostra al Victoria & Albert Museum di Londra, fino al 15 marzo 2015, insieme con gli altri wedding dress inglesi, quelli di epoca vittoriana e le creazioni di Lanvin e Dior.

Il prossimo anno, quando sarà finita la ‘Wedding Dresses 1775-2014’, quell’abito avrà così un’altra storia da narrare, magari chiacchierando con tessuti e costumi di scena della Sartoria Farani, che fino al 19 ottobre raccontano alla Villa d’Este di Tivoli, con ‘La nuova moda tra ‘500 e ‘600’, l’evoluzione del costume  di nobili e principi dei due secoli. In quel caso, saranno quasi chiacchierate tra coetanei. 

Il quotidiano online di Kering, K

 

 

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