
La strategia di Paolo Zegna (nella foto), presidente di Sistema Moda Italia, federazione che raggruppa 2.700 aziende tessili e di abbigliamento, è tanto chiara quanto innovativa. Cerca alleati nella battaglia per rendere obbligatoria l'etichettatura d'origine in Europa dei prodotti tessili e di abbigliamento (il cosiddetto «made in») proprio sul fronte più ostico, quello della grande distribuzione, da sempre grande importatore di T shirt, maglioni e simili a basso costo da paesi emergenti, Cina in testa.
Si tratta di una mossa diventata urgente: dal 1 � gennaio 2008, infatti, scaduti gli accordi di autoregolamentazione tra Cina ed Europa che dal 2005 avevano cercato di arginare l'invasione di abiti e maglieria orientali, è scattato un sistema concordato tra Bruxelles e Pechino che si limita a un doppio controllo: quello delle autorità cinesi attraverso il rilascio delle licenze di esportazione e quello dell'Ue in fase di arrivo delle merci. Un compromesso che dovrebbe rilevare macroscopiche anomalie ma che è destinato adunare solo fino al 2009. E c'è di più.
«Gli accordi di autoregolamentazione sono scaduti con l'Europa, ma non con gli Usa e il Sud Africa, così è forte il rischio che la Cina dirotti le sue merci sulla Ue», dice Zegna, già preoccupato per gli effetti sul settore (54,6 miliardi di euro di fatturato nel 2007 e 520 mila addetti In Italia) di una congiuntura 2008 poco favorevole. Con il mercato interno in crisi, (Europa che rallenta e dollaro e yen deboli che penalizzano l'export verso Usa e Giappone.
Estratto da Panorama del 11/01/08 a cura di Pambianconews


