Giovani donne arabe. Un velo discreto sui capelli, abiti griffati. Che acquistano in gioielleria, indossano diademi, solitari, orecchini. Sono i leitmotiv degli spot della Damas jewellery, sede a Dubai, tra le maggiori catene retail di preziosi con 1,4 miliardi di dollari di ricavi e 60 milioni di utile.
Un gruppo, proprietà di alcune famiglie degli Emirati e guidato dall'AD Tawhid Abdullah, che presto si quoterà allo stock exchange di Dubai. Damas ha tra l'altro rilevanti interessi in Italia dove ha fatto incetta di aziende orafe tra Valenza e Casalecchio di Reno per alimentare la rete di forniture alle 400 gioiellerie sparse tra gli Emirati e l'India. Ha comprato Stephan Hafner, La nouvelle bague, Io sì e le griffe orafe Roberto Coin e Roberta Porrati. Tanto che Damas punta nella penisola a 100 milioni di ricavi entro tre anni dagli attuali 40.
Non solo. Con la Gioielli d'Italia della famiglia Burani sta varando un'alleanza per continuare lo shopping. Una joint-venture (a maggioranza Burani) che partirà entro l'anno. Non per caso Damas è anche azionista con il 3% di Burani design holding, quotata all'Aim di Londra, e i legami lasciano prevedere sviluppi più stretti.
Nel Dubai sono già in corsa Morgan Stanley, JP Morgan, Deutsche bank e Bnp Paribas per la più grande ipo attesa l'anno prossimo nella gioielleria. Damas infatti viene valutata tra 1,3 e 1,5 miliardi e collocherà un flottante del 30%. Il dossier è finito anche sui tavoli governativi degli Emirati Arabi uniti per la rilevanza sull'economia locale.
Estratto da Il Mondo del 16/11/07 a cura di Pambianconews


