
Che cosa ci vuole per acquistare il migliore fra i propri concorrenti? Un anno di duri negoziati, una montagna di quattrini e la disponibilità a ingoiare qualche rospo. è questa la lezione che emerge da un documento depositato a metà settembre alle autorità che vigilano su Wall Street. Si tratta del rapporto che svela i dettagli, finora rimasti riservati, delle lunghe trattative che hanno portato all'acquisizione per 2,1 miliardi di dollari della californiana Oakley, il più importante marchio al mondo di occhiali da sport, da parte dell'italiana Luxottica, colosso planetario dell'ottica, fondato e presieduto da Leonardo Del Vecchio.
Quando andrà definitivamente in porto con il via libera di tutte le autorità antitrust chiamate in causa, l'operazione sarà una delle maggiori acquisizioni effettuate negli Stati Uniti da un'azienda italiana.
L'azienda americana, i cui ricavi sono saliti in quattro anni da 528 a 762 milioni di dollari, rappresenta quello che Luxottica non è mai riuscita a fare, ovvero affermarsi tra gli sportivi: un risultato ottenuto grazie ai 579 brevetti sviluppati negli anni e ai contenuti tecnici che consentono di vendere i prodotti a prezzi elevati. Sulla carta, dunque, le nozze tra la tecnologia Oakley e la forza distributiva Luxottica possono portare enormi benefici.
Più sottilmente, però, gli esperti sottolineano che l'operazione prefigura ulteriori e cruciali sfide per il gruppo. La prima è legata all'organizzazione e alla necessità di trattenere gli uomini che hanno lavorato al successo delle società che vengono comprate. In Oakley il problema si proporrà forse con l'amministratore delegato Scott Olivett, considerato una piccola star fra i manager Usa.
La seconda è come mantenere il tasso di crescita alla quale il gruppo ha abituato i suoi azionisti, prefigurando una situazione che gli esperti chiamano dannazione della crescita. Oakley risponde a questa esigenza: può permettere a Luxottica di sfondare la soglia dei 6 miliardi di euro di ricavi nel 2008 e dei 6,5 miliardi nel 2009, ipotizzano gli analisti.
Estratto da L'espresso del 5/10/07 a cura di Pambianconews


