
Oggi il made in Italy nella moda deve guardarsi le spalle dalle avance dei colossi del lusso francese, che con offerte più che allettanti hanno fatto incetta di tante storiche maison tricolori. Una scelta di campo che potrebbe alla lunga ritorcesi contro i valori e la tradizione plurisecolare della produzione del nostro Paese.
Fare fronte comune contro questo rischio è diventata una delle missioni della famiglia di Massimo Ferretti (ancora ogg presidente di Aeffe) che ha dato vita nel 1980 ad Aeffe Spa, società a capo di un gruppo che oggi conta una decina di marchi tra proprietà e licenze (Pollini, Moschino, Jean Paul Gaultier , tra gli altri) e che per crescere ha scelto di imboccare la strada della Borsa.
Dottor Ferretti, possiamo considerare la sua Aeffe come un nuovo polo del made in Italy a tutti gli effetti?
È una definizione che mi piace molto. Ritengo che nel nostro Paese ci siano ancora grandi marchi e ottimi designer. Ma il futuro del made in Italy deve passare anche attraverso la creatività estera, come abbiamo dimostrato prendendo la licenza Jean Paul Gaultier e affidando la direzione creativa di Pollini al turco Rifat Ozbek. Se mi fermassi in Italia farei un errore: vogliamo scegliere i creativi complementari e importanti per noi, indipendentemente dal luogo d'origine. Mala capacità di sviluppo dei progetti stilistici e la produzione di brand del lusso devono restare in Italia.
Sembrano averlo capito anche i gruppi stranieri…
Anche troppo. Ci stanno portando viale nostre griffe. Non va bene che si diventi una provincia di altri:bisogna investire per tenere i nostri brand in Italia non solo da un punto di vista produttivo. La nostra filosofia è quindi in difesa del made in Italy nella sua accezione più completa, per renderlo sempre più un punto di riferimento e di valore aggiunto per la classe dei nuovi ricchi che vengono dai Paesi emergenti.
Farete ancora shopping? E allargherete il vostro spettro d'azione?
Ci sono segmenti come il mondo dell'occhialeria e delle fragranze che richiedono un tale livello di specializzazione da non renderli interessanti ai nostri occhi. Vogliamo restare nel nostro mondo, guardando cioè alle occasioni migliori tra i brand di pelletteria e accessori. Meglio se ancora giovani e da far crescere con noi, come abbiamo fatto nel 1983 con Moschino.
E quindi qual è la vostra strategia dal punto di vista dei canali distributivi?
Attualmente la nostra distribuzione nei monomarca, arrivati a quota 150, è bilanciata tra franchising e Dos. Nel prossimo futuro abbiamo intenzione di aprirne di nuovi, puntando soprattutto sul franchising: entro due anni inaugureremo altri
60 negozi con questa formula prevalentemente all'estero.
Quali sono i mercati più importanti per i vostri brand?
Il 60% del fatturato arriva dall'estero, con Europa (21%) e America (12,4%) ancora trainanti. Ma la progressione più marcata si sta vedendo nei cosiddetti Paesi emergenti. E in questo caso è la Russia a essere in pole position.
Estratto da Monthly del 18/07/07 a cura di Pambianconews


