
Le autorità di Shanghai minacciano di sequestrare capi di abbigliamento di grandi griffe italiane, ma anche francesi, inglesi e americane, perchè nocivi alla salute. «È una mossa più politica che tecnica», commenta Paolo Zegna (nella foto), presidente di Smi-Ati (la federazione delle imprese tessili e moda italiane) ma anche di Zegna, marchio che rientra tra quelli messi sotto accusa dai cinesi.
E' pacato Paolo Zegna, non vuole gettare benzina sul fuoco delle polemiche, ma mettere le cose in chiaro sì. Se l'aspettava questa presa di posizione? Che i cinesi arrivassero a dire di aver trovato coloranti di bassa qualità, additivi dannosi e troppa formaldeide nei capi esaminati? «Qualche sensazione l'avevamo, risponde Zegna, ma è la prima volta che ci troviamo di fronte a un'azione ufficiale, che oltretutto ha avuto molto rilievo sulla stampa locale. E questo mi conferma nella convinzione che ci sia la volontà politica di dare un segnale. Come a dire: se l'Unione europea ci vuole mettere i bastoni tra le ruote allora facciamo vedere che anche noi siamo in grado di farlo».
Le aziende “incriminate” ora cercheranno di farsi spiegare cosa non va e di far valere le proprie ragioni. E SmiAti come pensa di muoversi? «La nostra politica, chiarisce Zegna, è quella di confrontarci con i cinesi, avviare iniziative costruttive che ci consentano di sedere allo stesso tavolo e risolvere le questioni. Dobbiamo aiutarli a capire che non c'è problema, che siamo favorevoli al mercato aperto. Che per la prima volta nella storia abbiamo invitato uno stilista cinese, Ji Wenbo, a sfilare nella recente settimana di Milano moda uomo con il suo marchio Lilang. Abbiamo sempre chiesto il rispetto delle regole, ma senza infierire, abbiamo cercato di collaborare per togliere di mezzo tutti gli alibi».
Estratto da Il Sole 24 Ore del 25/01/07 a cura di Pambianconews


