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Moda e business, così Giorgio diventò re

Di pbadm
08 Gen 2007

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“Che cosa è un abito di Armani? Una sorta di calma perfetta al riparo degli eccessi e dell'effimero». Sophia Loren è una delle tante attrici fan dello stilista, piacentino di nascita, ma milanese di adozione, l'unico nel campo della moda che si è affermato anche come imprenditore di successo.


La società nasce il 24 luglio 1975. La sede erano due locali in Corso Venezia, in uno c'era Galeotti a fa da manager, nell'altro lui a disegnare quelle giacche, i blazer, che dovevano dargli la celebrità, un progetto di moda che era la fusione di due generi, maschile e femminile, come mai nessuno l'aveva immaginato prima. Destrutturate, decostruite, le giacche per la prima volta cadevano sul corpo, non più rigide, conferendo all'uomo una disinvoltura senza tempo e alla donna quel quid di autorevolezza che meglio si adattava a ruoli sempre più importanti e manageriali che andava assumendo nella società.


Non sono passati cinque anni dall'esordio che la sua griffe ha già conquistato l'America e soprattutto Hollywood. «Da quando Giorgio vestì Richard Gere in American Gigolò, nel cinema americano è tornato il glamour», dirà Robert De Niro da Cipriani la sera in cui a New York il Fashion Group ha conferito nel 2004 allo stilista italiano il premio Superstar tra i creatori del nostro tempo. Ma la consacrazione avverrà due anni dopo quando Time, sul numero del 5 aprile, gli dedicò una copertina dal titolo “Giorgio's gorgeous style”.


Negli anni '90, inizia la rivalità con Gianni Versace, altro geniale stilista. Una rivalità fomentata dai media che fece vivere alla moda italiana anche il suo “8 settembre”, quando a Milano nel 1992 Armani e Versace avevano scelto lo stesso giorno per sfilare. Ci volle la paziente mediazione di Beppe Modenese, il presidente della Camera della moda, per dirimere la contesa.


L'America fatale a Versace continuerà a tifare Armani, aprendogli anche le porte del Guggenheim Museum di New York. Registi come Brian De Palma e Martin Scorsese lo scelsero per i costumi dei suoi film. Anche i re, però invecchiano. Da due anni Armani ha aggirato la boa dei settant'anni e l'età impone di pensare al dopo. Soprattutto quando non si hanno dei figli. La Borsa resta una pura ipotesi, come la cessione a un grande gruppo industriale. Il ricambio generazionale a favore dei nipoti anche. Azionista, presidente e amministratore delegato, Armani è davvero padrone di se stesso.


Estratto da Il Sole 24 Ore del 6/01/07 a cura di Pambianconews

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