
Superati gli anni difficili, Ernesto Gismondi (nella foto) è oggi alle prese con un tema probabilmente più spinoso dei mercati che cadono. E cioè come assicurare il passaggio del testimone in Artemide, il gruppo dell'illuminazione che l'imprenditore ha fondato nel 1959 insieme a Sergio Mazza e che rappresenta uno dei marchi più importanti del design italiano. Ingegnere, 74 anni, tre figli, Gismondi ha già deciso la strada che dovrà essere percorsa: quotare Artemide in Borsa e costituire un trust nel quale far confluire, e blindare, la maggioranza del pacchetto azionario. Il lavoro in questa direzione è già iniziato, anche se Gismondi preferisce non indicare date.
«Voglio quotare Artemide, dice, perché possa avere la governance necessaria e sufficiente per vivere avendo dei soci, che non siano un amico. È ora che abbia regole di governo societario adatte allo sviluppo futuro, che un'azienda di tipo familiare si trasformi per garantire tutti coloro che lavorano in azienda. I nostri dipendenti hanno come aspirazione il fatto di essere quotati in Borsa, vogliono una governance diversa, la garanzia per il futuro e vogliono anche diventare un po' padroni dell'impresa». Piazza Affari, però, ha anche un altro significato. «Essere quotati, spiega Gismondi, aiuta la successione e garantisce gli eredi che l'azienda sarà organizzata in un certo modo. D'altra parte, sono questi gli anni in cui gli imprenditori della mia generazione si confrontano con questo tema».
Cento milioni di ricavi per un marchio come Artemide, però, sono pochi. «È vero, siamo troppo piccoli, la dimensione giusta per un'azienda come la nostra è 200 milioni. Possiamo farcela». Come? «Organizzandoci meglio; rivedendo la distribuzione, che non corrisponde più a un adeguato risultato; educando nuovi mercati, come la Cina, dove abbiamo aperto un negozio a Shanghai; facendo acquisizioni per espanderci nei settori in cui siamo deboli e dove esistono possibilità di vendita, come per esempio l'illuminazione per esterni. Ecco, la Borsa potrebbe aiutarci anche in questo, pur non essendo indispensabile perché abbiamo un indebitamento basso. Ma, certo, essere in Borsa rende possibile l'allargamento del capitale senza aumentare l'indebitamento, che rappresenta il rischio».
Estratto da CorriereEconomia del 30/10/06 a cura di Pambianconews


