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Modello Italia, ora la Cina copia i distretti

Di pbadm
12 Set 2006

La Cina che ha scelto di gettarsi nella mischia dei mercati internazionali e che affascina per la sua spinta disordinata e impetuosa all'innovazione, in verità, è ancora alla ricerca di un modello di sviluppo equilibrato, sostenibile e «armonioso» per usare un aggettivo caro ai leader della quarta generazione post maoista. Ha superato Italia, Francia e Inghilterra nella classifica del reddito nazionale prodotto ma il miracolo di un'economia che sembra funzionare a mille nasconde conflitti che crescono, ingiustizie sociali che irrompono, disastri ambientali che alterano il ciclo della vita, patrimoni privati enormi contrapposti a diffuse povertà disarmanti e drammatiche. Il miracolo è un miracolo a metà. La strada che il governo di Pechino deve percorrere per allineare tutte le sue province, non soltanto le più avanzate da un punto di vista industriale, e tutte le categorie del lavoro urbano e rurale a trend di vita accettabili è ancora lunghissima.


La Cina in questi 20 anni ha sempre osservato e studiato con attenzione i sistemi industriali più consolidati sia in Occidente sia in Asia. Da qualche tempo gli interessi si sono concentrati sull'Italia e in particolare sul modello dei circa 200 distretti industriali, le aree territoriali nelle quali le piccole imprese specializzate in produzioni di settore integrandosi fra loro e trasformandosi in una «fabbrica senza mura» si affermano come veicolo che regala sviluppo alle popolazioni locali. La ragione è evidente: Pechino ha proprio bisogno di progettare una crescita a macchia di leopardo ben distribuita nel Paese, una crescita che minimizzi le migrazioni e le tensioni.


Non è assolutamente un caso che alla prossima Fiera della Piccola e Media Impresa a Canton l'Italia sarà l'ospite d'onore. Roma insegue Parigi e Berlino per recuperare posizioni di mercato e opportunità di investimento, come va di moda dire, che la Cina offre. Il ritardo è notevole. Lo scopo della missione di Romano Prodi e di 7 ministri del suo governo, oltre che di Confindustria, è dimostrare che le intenzioni sono serie e che si può collaborare per crescere in modo intelligente. Ma pure la Cina è costretta a inseguire qualcosa di innovativo per riequilibrare il suo miracolo, se non vuole deragliare. L'Italia in crisi ha molto da insegnare e da esportare a cominciare dai valori e dalla forza della sua spina dorsale, la piccola e media impresa. Non vi è momento forse più opportuno di questo per favorire l'incontro fra due sistemi così diversi, uno che stima uno sviluppo oltre il 10% ma ha davanti una strada piena di ostacoli, l'altro che si ferma all'1,6 o 1,8% ma può avere ampi margini di ripresa. Cina e Italia partono da posizioni lontane ma hanno bisogno di capirsi, di parlarsi e di aprirsi. Lo hanno già fatto alcuni secoli fa. Oggi sono «costrette» a riprovarci a causa delle reciproche debolezze.


Estratto da Corriere della Sera del 12/09/06 a cura di Pambianconews

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