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Richemont patisce la sindrome di Bat

Di pbadm
09 Giu 2006

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Richemont brilla nel business, ma non in Borsa (ieri meno 12% a 51,3 franchi). Tutta colpa della minusvalenza legata alla quota del 20% in British american tobacco (Bat). Ma anche alla difficoltà del management di fare previsioni sull'andamento del mercato del lusso. Il gruppo, cui fanno capo marchi come Cartier e Van Cleef, ha registrato nell'esercizio 2005 un aumento dell'utile operativo del 47% a 713 milioni.


Senza poste eccezionali, l'utile netto è balzato del 36% a 1,130 miliardi portando l'utile per azione a 2,015 euro. Ma, includendo l'impatto Bat, il profitto netto è calato del 10% a 1,094 miliardi. Di qui l'ondata di vendite e le prese di beneficio sul titolo. «Senza Bat, i risultati sarebbero stati eccellenti», ha commentato Johan Rupert, del consiglio di amministrazione e azionista di riferimento di Richemont.


In effetti i numeri delle vendite gli danno ragione. Nell'esercizio (chiuso a marzo), l'azienda svizzera ha visto lievitare il fatturato del 17% a 4,308 miliardi. Il consiglio di amministrazione ha anche deciso un aumento del 20%o del dividendo (60 centesimi per azione) e ha anche proposto il versamento di una cedola straordinaria di 50 centesimi.


Estratto da Finanza & Mercati del 9/06/06 a cura di Pambianconews

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