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L'export fa ripartire le griffe maschili

Di pbadm
10 Gen 2006

L'industria italiana dell'abbigliamento uomo sembra riprendere fiato grazie all'export e chiude il 2005 con un fatturato in lieve aumento (+1,4%) a 7,14 miliardi e un miglioramento del saldo commerciale (da 1,2 a 1,3 miliardi). La ripresa però è ancora lontana per due motivi: i consumi interni stentano (+0,5% nel 2005) e le importazioni dilagano. Nell'ultimo anno, secondo i dati elaborati da Smi-Ati per Pitti Immagine, il valore dell'import di abbigliamento maschile è cresciuto dell'11 %, raggiungendo i 3,9 miliardi e alimentando un fenomeno che sembra paradossale: su tre capi di vestiario da uomo (giacche, pantaloni, maglie, camicie, cravatte) acquistati in ltalia, due arrivano dall'estero.


Le maggiori importazioni provengono dalla Cina (+42% nel valore delle vendite di abbigliamento uomo), seguita dalla Turchia (+32%) e dall'India (+23%). Questi sono i tre paesi che controllano il mercato nazionale dei prodotti di fascia media e bassa. All'industria italiana non resta che puntare ancora una volta sull'alta qualità, ed è infatti su questa, meno sensibile al fattore prezzo che stanno cercando di riposizionarsi le aziende, come si prepara a confermare la 69esima edizione di Pitti Immagine Uomo, la fiera internazionale dell'abbigliamento e accessori maschili che si aprirà domani alla Fortezza da Basso di Firenze con 643 aziende e 811 marchi, di cui 283 stranieri.


L'anno scorso si è chiuso in rosso il bilancio dell'industria italiana del tessile-abbigliamento a causa dell'import selvaggio e della stagnazione del mercato con un -2,9% di fatturato a 41,3 miliardi ed un incremento dell'export del 2,4% a 27,24 miliardi.


Estratto da Il Sole 24 Ore del 10/09/06 a cura di Pambianconews

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