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Addio al mercato tedesco

Di pbadm
28 Set 2005

La classifica dell'export di moda italiana è stata sfigurata: da sempre la tabella delle vendite all'estero cominciava con la Germania, un'immagine identica da decenni. Ma la Germania ha perso il primato: quest'anno non sarà in testa alla classifica dei clienti italiani dell'abbigliamento. È stata superata dalla Francia, ma il sorpasso è in frenata: a metà anno, le vendite tra la Costa azzurra e la Manica sono aumentate del 2,1 %, a 845 milioni di euro, mentre la Germania si è fermata a 811 milioni con l'ennesimo passo indietro (-4,2%). Ha toccato il fondo, dopo anni di discesa continua: il mercato che dieci anni fa valeva un quarto delle vendite di abbigliamento italiano, oggi supera a stento il 10 per cento. E il giro d'affari in dieci anni si è più che dimezzato (-57%): ai valori attuali, nei primi sei mesi del 1995 i ricavi del made in Italy in Germania sfioravano 1,9 miliardi di euro.


«Era inevitabile: sul mercato tedesco le vendite di abbigliamento dal 2001 sono diminuite del 30%» commenta Paolo Zegna, presidente della federazione Smi-Ati che raggruppa le imprese del tessile abbigliamento. «In un momento difficile spiega, è aumentata l'attenzione al prezzo e il predominio della grande distribuzione favorisce la merce dei Paesi a basso costo del lavoro. Purtroppo, in questa situazione dalla Germania arriva una forte opposizione alla nostra richiesta di rendere obbligatoria l'indicazione del “made in”. Per fortuna, ci sono segnali di ripresa per l'alto di gamma, che però copre solo una parte del nostro export».


La Cina si avvicina addirittura al raddoppio negli acquisti (+78%) ma restano lontane le speranze di trasformarla in un grande mercato: vale appena 32 milioni di euro, anche se in parte si serve di Hong Kong per rifornirsi. La cifra è un'inezia rispetto all'import italiano dal gigante asiatico: a giugno ha superato 900 milioni il 36% in più rispetto a metà 2004. Ormai quasi un quinto dell'import viene dalla Cina, quattro anni fa valeva meno del 12%, mentre perde peso la Romania, succursale di molte aziende italiane che hanno delocalizzato.


Estratto da Il Sole 24 Ore del 28/09/05 a cura di Pambianconews

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