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Polet: l'uomo del freddo che scalda Gucci

Di pbadm
26 Set 2005

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Polet si è insediato alla guida di Gucci a luglio dello scorso anno. Tra le polemiche. Per via del peso, anche mediatico, di chi l'aveva preceduto, Domenico De Sole e Tom Ford. E anche, o soprattutto, per quel suo passato nel mass market che sembrava stridesse con le logiche rarefatte del lusso. 36 manager di Gucci se ne sono andati in poco tempo. La stilista che aveva raccolto l'eredità di Ford, Alessandra Facchinetti, osannata e poi di colpo sostituita.


In cosa è simile occuparsi di largo consumo e di lusso?
«In un gruppo come Gucci i due asset più importanti sono il brand e le persone. E nei 26 anni precedenti mi sono occupato di brand e persone. Certo, tra Unilever e Gucci ci sono anche due grandi diversità. I brand del lusso che abbiamo in portafoglio sono esclusivi e aspirazionali e, dunque, devono essere rari e presentati nel giusto ambiente. I brand di massa sono l'opposto, devono essere resi disponibili a tutti e in tutto il mondo. La seconda differenza è il ruolo della creatività, che ha la responsabilità di mantenere vivi i sogni che i brand rappresentano».


Lei ha detto di voler raddoppiare i ricavi Gucci in sette anni. Come pensa di fare senza massificarlo? Sa che è stata una delle paure.
«Di certo, non è mai stata la mia paura… Sapevo che questo è un ambito completamente diverso e non avevo alcuna intenzione di gestire le due aziende allo stesso modo. Quanto al raddoppio del fatturato, nasce da un calcolo preciso. E' stata stimata una crescita media annua del mercato del 5% che, però, per i settori in cui noi siamo presenti sale al 7%. Se teniamo in considerazione la forza del brand Gucci, le regioni in cui opera, il profilo che ha, per noi è possibile crescere del 10%».


In questi giorni ci sono molte polemiche sulle sfilate di Milano (articolo sotto). Qual è la sua posizione?
«Sfiliamo a Milano e a Parigi, non a New York e nemmeno a Londra. E siamo soddisfatti di come rappresentiamo i nostri brand a Milano. Non siamo parte delle polemiche». «Per Gucci gli Usa rappresentano il 20% del giro d'affari e nei primi sei mesi sono cresciuti del 23%. Sono importantissimi. L'Asia vale il 21% del totale ed è cresciuta del 33,5%. E' importantissima. Forse anche più degli Stati Uniti. Tutti i nostri clienti e partner americani, ma anche asiatici, vengono sia alle sfilate di Milano che a quelle di Parigi. Le nostre radici sono in Italia, come quelle di Ysl sono a Parigi».


Estratto da CorrierEconomia del 26/09/05 a cura di Pambianconews

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