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Alla moda italiana mancano i nuovi mercati (che crescono)

Di pbadm
23 Mag 2005

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Dopo giorni di tensioni con Stati Uniti ed Europa, e dopo dichiarazioni di indisponibilità, il governo di Pechino ha deciso di aumentare, da tre a cinque volte, dal primo giugno, le tasse su una settantina di prodotti tessili (tra questi, pantaloni e camicie che interessano i produttori italiani) destinati all'esportazione. Rincari di cui la stampa aveva già ipotizzato l'adozione, ma che inizialmente erano stati smentiti dal ministro al Commercio cinese Bo Xilai.


Importanti anche i segnali che vengono da alcune aziende. Il gruppo Natuzzi, che è stato a lungo un modello dello sviluppo imprenditoriale del Mezzogiorno, ha dovuto annunciare la richiesta di cassa integrazione straordinaria biennale per 1.320 dipendenti sui 3.500 totali.


E Patrizio Bertelli, amministratore delegato di Prada, ha detto esplicitamente ciò che da tempo ventilava e che altri importanti gruppi del settore stanno pensando di fare (e in molti casi già fanno) senza volerlo dire: trasferire almeno una parte delle produzioni, oggi tutte italiane nel caso di Prada, in Paesi a basso costo del lavoro, come la Cina. Una decisione che la società non ha ancora preso ma inevitabilmente prenderà, forte anche del fatto di poter dare la garanzia di un marchio come il proprio.


Estratto da CorrierEconomia del 23/05/05 a cura di Pambianconews

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