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Ricchi fondi per grandi griffe, va di moda il private equity

Di pbadm
21 Giu 2004

Lo sviluppo della moda, del design e di tutto quello che ha un “sapore” tipicamente italiano sembra quindi riporre parte delle sue speranze nei fondi di Private Equity. Oggi in Italia sono in due a fronteggiarsi. Da un lato il Fondo Opera che, operativo dal 2001, guidato da Renato Preti è partecipato al 50% da Bulgari, dall'altro lato c'è Charme che, molto più giovane, nato un anno e mezzo fa, è della famiglia Montezemolo affiancata da vari partner industriali.


Secondo uno studio di Pambianco Strategie di Impresa dal 2002 al primo trimestre di quest'anno su un totale di 384 operazioni di fusione e acquisizione, a livello internazionale, 48 sono state fatte dal Private Equity il che rappresenta un crescita del 13%. Le operazioni fatte da operatori finanziari italiani in Italia sono state 16. «Un numero di operazioni ancora basso per diversi motivi, spiega Diego Pampallona a capo della divisione Merger & Acquisition di Pambianco: l'imprenditore famigliare è ancora riluttante a far entrare un socio istituzionale; la dimensione troppo piccola delle aziende scoraggia i fondi ad entrarvi; e lì dove non ci fossero questi due problemi, rimane comunque la complessità della formula imprenditoriale italiana. Seguire un'azienda del settore moda o arredamento vuol dire avere un certo grado di specializzazione».


«In Italia ci vorrebbero fondi di Private Equity che fossero talmente innovativi da cercare di creare delle aggregazione nel mondo delle filiere in modo da superare il problema delle limitate dimensioni delle aziende italiane», conclude Pampallona.


Estratto da Affari & Finanza del 21/06/04 a cura di Pambianconews

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