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La “Marzotto” che Pietro non voleva

Di pbadm
21 Giu 2004

Un addio lungo un anno. L'uscita di scena di Pietro Marzotto non è avvenuta senza strappi, senza potenti scossoni. Colui che è stato leader incontrastato del gruppo Marzotto per tre decenni, in quest'ultimo anno in una quantità di situazioni è finito in minoranza in consiglio. Lo scontro è scritto nei verbali, così come in lettere durissime corse fra il conte Pietro e alcuni consiglieri/parenti. Ma all'epilogo finale, alla vendita cioè del suo 17,4% e del suo ruolo di primo azionista di “Manifatture Lane Gaetano Marzotto”, il conte Pietro non sarebbe forse mai arrivato se non vi fosse stato sospinto: l'alternativa sarebbe stata l'esclusione dal cda.


Dopo le dimissioni di Gianni Gajo dalla presidenza “per motivi personali” il 24 maggio, i consiglieri erano pronti a fare altrettanto. Un modo per azzerare la situazione, per ricomporre un board più snello, su misura del patto di sindacato e, soprattutto, per lasciare fuori Pietro Marzotto. Una rivoluzione a Palazzo, dentro a un casato industriale fondato nel 1836. La “congiura” a Valdagno era però trasparente, tant'è che l'esito finale delle schermaglie è consistito nel passaggio delle quote da Pietro a suo fratello Paolo, accompagnato da Finanziaria Canova e dall'amministratore delegato di Marzotto, Antonio Favrin.


«Dinanzi alla volontà di uscire manifestata da mio fratello Pietro, spiega Paolo Marzotto, motivata suppongo dal fatto che non era più operativo, abbiamo lavorato per tenere compatto l'azionariato e evitare negative dispersioni. La compattezza è funzionale a garantire il massimo sostegno all'opera del management guidato da Antonio Favrin».


Estratto da Affari & Finanza del 21/06/04 a cura di Pambianconews

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