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Guglielmi: «Falsi: puniamo sindaci e clienti»

Di pbadm
19 Apr 2004

Alberghi completi nel raggio di chilometri. Pullman che scaricano visitatori su visitatori. Sorrisi al posto delle facce tirate che si sono viste così a lungo. Una situazione che appare persino strana, dati i tempi. E che spinge Roberto Snaidero, presidente di Federlegno-Arredo, l'associazione che raggruppa gli imprenditori del settore, a mostrare un ottimismo più solido del passato, anche se prima di dire che il peggio è alle spalle Snaidero dice di voler aspettare quel che succederà nei prossimi mesi, maggio e giugno. L'edizione del Salone del mobile di Milano, che si è aperta mercoledì scorso e si conclude oggi, è stata dunque molto positiva, non fosse altro per l'interesse che ha suscitato. Ma soprattutto «sta accadendo una cosa importante, dice Carlo Guglielmi, amministratore delegato di FontanaArte e presidente di Indicam, l'Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione, oltre che di Assoluce. E cioè che mentre prima l'Italia era considerata solo un Paese trasformatore di materie prime, oggi nel mobile e nel design è diventata il maggior trasformatore d'intelligenze».



In che senso?

«Ho visto qui al Salone, e fin dai primissimi giorni, tutti i maggiori nomi dell'architettura, da Philippe Starck a Future System. Milano è ormai una palestra, un luogo su cui converge tutto il mondo dell'architettura. Il problema è che alla città manca un disegno complessivo, qualcuno che se ne occupi. Lasciamo pure stare la fiera, guardiamo per esempio all'Ansaldo, o alla zona di via Savona, oppure ai negozi che sono ormai delle opere d'arte… Se tutto questo fosse stato fatto a New York avremmo titoloni grandi così del New York Times».


L'assessore all'Urbanistica del Comune, Gianni Verga, ha proposto un simbolo per Milano, un marchio che identifichi la città.

«Ma è sufficiente dire la parola #Milano' …Una città, tra l'altro, che ha da secoli un emblema come la Madonnina… Quello che le serve, in realtà, è poco: basta raccontare ciò che si sta facendo».



Anche per il made in Italy si sta cercando di mettere a punto il marchio. Nella sua veste anche di presidente di Indicam, lo condivide?
«Va detto con chiarezza: è inutile. Le cose delle quali abbiamo bisogno sono altre».


Quali?

«Tutte le aziende che vogliono esportare in Europa devono esibire alcune cose. Primo: il marchio di origine per i prodotti che entrano sul nostro mercato. Secondo: la certificazione dell'azienda (rilasciata da enti terzi europei), che dica che i prodotti non sono stati fatti ricorrendo al lavoro minorile, scaricando rame nell'acqua o sfruttando il lavoro. Terzo: la certificazione di sicurezza del prodotto. E, sopra a tutto questo, che sia rispettata la normativa Ue sulla proprietà intellettuale, ma subito, non tra sette anni quando non servirà più a niente perché nel frattempo sarà stato copiato tutto ciò che è possibile copiare. E che i diritti della proprietà intellettuale durino 70 anni e non 25 come adesso».


Estratto da CorrierEconomia del 19/04/04 a cura di Pambianconews

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