Una proroga di tre anni. Per l'abolizione totale delle quote all'export nel tessile-abbigliamento, che scatta il 1� gennaio 2005, serve un rinvio al 2008. A sollecitare con forza la Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, in questo senso sono Vittorio Giulini, presidente di Sistema moda Italia (Smi), e Tito Burgi, presidente dell'Associazione tessile italiana (Ati), che nei giorni scorsi hanno inviato una lettera a Supachai Panitchpakdi, direttore generale della Wto. Ma Smi e Ati non sono i soli a ritenere essenziale questo rinvio. I primi a sottoscrivere una richiesta di questo genere sono stati Usa e Turchia. E altri si vanno aggiungendo, dall'Austria, al Messico, ai Paesi caraibici. Mentre in Italia altre organizzazioni stanno discutendo sull'ipotesi di unirsi all'iniziativa di Smi e Ati: gli stessi sindacati starebbero prendendo in esame l'ipotesi di fare propria questa istanza e associarsi alle richieste dei produttori del settore. E non è escluso che anche i calzaturieri decidano di seguire la stessa linea.
Sono quattro le ragioni in base alle quali si chiede alla Wto un intervento immediato. La prima riguarda il fatto che le circostanze collegate con il processo di integrazione del commercio del tessile-abbigliamento sono radicalmente cambiate da quando, nel 1995, era iniziato il cammino dell'eliminazione delle quote. In particolare, l'entrata della Cina nella Wto nel 2002 rappresenta una condizione sostanziale non contemplata quando venne sottoscritto il programma di progressiva revisione delle quote all'export dell'Uruguay Round (1986-1994).
La seconda motivazione si rifà a numerose analisi che hanno dimostrato che, eliminate le quote, la Cina è in grado di appropriarsi del 50% almeno del commercio mondiale, sempre nel tessile-abbigliamento. Causando l'eliminazione di oltre 30 milioni di posti di lavoro nel mondo. A ciò si aggiungono (e questa è la terza ragione addotta) le distorsioni del mercato causate da sussidi di Stato, tra cui prestiti a fondo perduto, che hanno aperto la strada alla concorrenza sleale cinese, con prezzi tagliati anche del 75 per cento. L'ultima motivazione è quella che fa appello alle conseguenze catastrofiche che questi scenari potrebbero avere sui Paesi in via di sviluppo, che si vedrebbero tagliati fuori dal mercato.
Vedi tabella che segue
Estratto da Il Sole 24 Ore del 23/03/04 a cura di Pambianconews


