Stretto fra un contributo ancora negativo del commercio con l'estero e consumi interni ancora stagnanti, il settore dell'abbigliamento esterno maschile Made in Italy (in un'accezione che comprende il vestiario in tessuto, la maglieria, la pelle, la camiceria e le cravatte) si avvia a chiudere il 2003 con un valore della produzione in calo a 7,5 miliardi (-1,3%), pari al 27% circa del giro d'affari complessivo dell'industria italiana dell'abbigliamento.
La moda maschile italiana, che genera fuori dai confini nazionali, quasi i 2/3 delle proprie vendite complessive, è stimata accusare, nel 2003, un calo delle esportazioni superiore al 3%, mentre sul fronte dei flussi in entrata il cedimento complessivo non supererà il -1,2%. Questo andamento si tradurrà in un ulteriore cedimento dell'attivo commerciale settoriale che scenderà sotto i 1.700 milioni, 411 in meno rispetto al 2001. In termini di surplus complessivo si tratta di risultati senz'altro deludenti ma migliori rispetto a quelli attesi per il segmento femminile, per il quale la riduzione dell'attivo commerciale si stima di entità più che doppia.
Le informazioni provenienti dal mercato italiano non consentono di ipotizzare che il contributo negativo all'attività settoriale proveniente dal commercio con l'estero possa essere compensato dal sell-out domestico. I consumi finali di abbigliamento esterno maschile archiviano l'ultima primavera-estate con una flessione complessiva dell'1% (in termini di spesa complessiva a prezzi correnti) e i timidi segnali di recupero già registrati all'inizio della stagione invernale potranno solo portare le vendite complessive dell'anno solare 2003 su livelli sostanzialmente analoghi a quelli del 2002.
In analogia con quanto previsto per il segmento femminile, anche il menswear sconterà dunque, nei dati consuntivi dell'anno, i risultati molto deludenti della prima parte del 2003.
Le esportazioni di moda maschile hanno raggiunto � nei primi otto mesi del 2003 � i 3,1 miliardi di euro, con una flessione complessiva del -7,0%. Andamenti differenziati sono stati registrati tra i singoli comparti: in sofferenza risulta la parte in tessuto, la maglieria, le cravatte e la pelle, mentre la camiceria si conferma in crescita.
La Germania � pur registrando una flessione del -18,5% in valore � conserva la propria posizione da leader tra i paesi clienti, con 412 milioni di euro e una quota del 13,2%. Continua ad accusare perdite anche il mercato americano, in calo del -7,2% per 398 milioni di euro. Positivi sono stati invece gli andamenti relativi ad alcuni partner europei: Francia, Svizzera e Spagna.
Sul fronte delle importazioni, i primi otto mesi dell'anno hanno fatto registrare una flessione del -2,5% rispetto al periodo corrispondente del 2002, per un ammontare di 2,2 miliardi di euro. Romania, Cina e Tunisia figurano ai primi tre posti tra i principali fornitori del comparto: la quota di assorbimento sul totale delle importazioni italiane provenienti da questi mercati ha raggiunto il 45%.
I segnali provenienti dai mercati extra UE nei mesi più recenti (ancora non incorporati nelle statistiche Istat, ma sufficientemente omogenei nelle dichiarazioni di molti operatori) sembrano evidenziare l'inizio di una fase di ripresa. Dai mesi estivi, il mercato americano ha infatti evidenziato un deciso recupero e buone sono anche le news provenienti dai mercati asiatici (pure dal Giappone arrivano infatti chiari segnali di risveglio). Positive anche le indicazioni provenienti dai mercati est europei che sembrano soffrire di meno (rispetto ai mercati comunitari ancora sotto tono) degli elementi di incertezza legati ai continui attacchi terroristici.
In tutti i principali mercati di sbocco della produzione italiana si riscontra comunque una crescente attenzione al rapporto qualità/prezzo, mentre il rafforzamento dell'euro induce spesso le aziende italiane a sacrifici sul fronte dei margini unitari.
Meno positive invece le indicazioni relative ai maggiori mercati comunitari che non mostrano nessun segnale di risveglio nella domanda rivolta ai prodotti di abbigliamento.
Per il mercato italiano, Ac Nielsen SITA prevede, per la stagione invernale, vendite complessive stabili nei volumi e in lieve crescita in valore (Figura 1) in un contesto di lento ma progressivo miglioramento della domanda.
Dopo otto stagioni di continue flessioni (nella scorsa primavera-estate solo giacche in pelle e pullover con zip si sono brillantemente sottratte alla generale tendenza ribassista), nella stagione Autunno/Inverno 2003-2004 si prevede una inversione di tendenza per i consumi di capospalla maschili: i notevoli sforzi dei produttori tesi a rinnovare il mix di offerta e gli stimoli di comunicazione (si pensi ad esempio alla crescente presenza nei media di testimonial dal look formale-trendy) dovrebbero infatti impattare positivamente sui consumi di abiti e giacche di taglio formalwear.
Per quanto riguarda la struttura distributiva, il mercato italiano segnala un ulteriore riduzione del peso relativo del dettaglio indipendente (soprattutto nella fascia alta, a differenza di quanto sperimentato nell'analogo canale femminile) che continua tuttavia ad intermediare quasi il 60% delle vendite totali. Nelle ultime stagioni, le quote di mercato perse dalla distribuzione tradizionale sono state intercettate soprattutto dalla grande distribuzione organizzata; le catene monomarca, infatti, pur mostrando un peso crescente (veicolano ormai oltre l'11% dei consumi), stentano a raggiungere quote di mercato analoghe a quelle che caratterizzano lo stesso canale in ambito femminile.


