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Trapani: «Conta il nome, non il luogo di nascita»

Di pbadm
22 Dic 2003

Il 2004 sarà «migliore del 2003, che chiuderà in linea con le previsioni, grazie ai buoni risultati di ottobre e novembre. Per l'anno prossimo stimiamo il fatturato in crescita dell'8-10% e i profitti in modo più che proporzionale: partiamo in vantaggio, perché tra il 2002 e il 2003 abbiamo realizzato una profonda riorganizzazione per tagliare i costi e guadagnare efficienza di fronte alla crisi. Ma anche la situazione esterna è decisamente migliorata: non c'è più la guerra in Iraq e la Sars è passata». A parlare è l'amministratore delegato di Bulgari, Francesco Trapani, incrociando le dita. Il manager è appena rientrato dal suo primo viaggio nella Cina continentale, a Pechino e a Shanghai, dove la griffe romana ha inaugurato i primi due negozi. L'anno che sta per cominciare segnerà anche l'espansione «aggressiva» nell'Impero di Mezzo, dove Trapani non esclude di «produrre, se capiterà un'occasione». La Cina non è solo un grande mercato potenziale, ma anche un concorrente temibile per il made in Italy.
«Noi dobbiamo fare gli imprenditori e la Cina significa due cose: 1) uno sbocco sempre più importante per i nostri prodotti; 2) qui si può produrre anche il lusso, perché i cinesi cominciano a fare cose di alta qualità».



Bulgari ha intenzione di produrre in Cina?
«Oggi facciamo tutto in Italia, a parte gli orologi in Svizzera. Le nostre due fabbriche in Piemonte ci garantiscono un ottimo rapporto qualità-prezzo. Ma se trovassimo una buona opportunità, non vedo perché non dovremmo produrre qualcosa in Cina. Nel campo della gioielleria, della pelletteria, dei profumi il consumatore non è così interessato a sapere dove si produce, si preoccupa soprattutto del brand , che deve garantire la qualità dell'oggetto. Soltanto negli orologi è indispensabile il made in Suisse ».


è ciò che fa paura alle aziende italiane, che vedono nella Cina una minaccia alla propria sopravvivenza.

«La Cina ha una voglia di lavorare e di fare straordinaria, con costi bassissimi. Mi sembra difficile batterli. Il nostro problema è un altro. L'Europa è seduta rispetto a Stati Uniti e Asia. Gli europei (e gli italiani), non hanno più voglia di lavorare, chiedono di andare in pensione presto, non vogliono rischiare, si preoccupano di difendere l'esistente invece di pensare al futuro e creare qualcosa di nuovo. è per questo che l'economia europea continua a non crescere abbastanza e a consumare poco».


Quanti negozi avete intenzione di aprire?

«Non abbiamo ancora un piano preciso, ma investiremo parecchio, puntando inizialmente su Pechino e Shanghai, anche se la nostra espansione ha un approccio nazionale».


Quando si aspetta il break-even nei nuovi negozi di Pechino e Shanghai?

«Per adesso dobbiamo spendere per far conoscere il marchio. La pubblicità qui è carissima. Ma i nostri concorrenti venuti prima di noi stanno già guadagnando».


Estratto da CorrierEconomia del 22/12/03 a cura di Pambianconews

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