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Breil si mette in catena

Di pbadm
19 Dic 2003

«Don't touch my Breil» intima la pubblicità. Di sicuro, se l'affascinante modella dello spot è pronta a minacciare chi tenta di sottrarle l'amato segnatempo, altrettanto affezionato a questo marchio, italianissimo a dispetto del nome, è Marcello Binda che su questi orologi in acciaio, «prediletti dagli uomini ma amati anche dalle donne», ha costruito la fortuna dell'azienda familiare di cui è amministratore delegato. Un'impresa che, anche in un anno in cui il mercato italiano dell'orologeria ha perso il 10 per cento, punta a chiudere i conti del 2003 con 186 milioni di euro di fatturato e un incremento del 25 per cento rispetto all'anno precedente.



«Breil è il frutto di una strategia messa a punto dieci anni fa» spiega Marcello Binda «quando abbiamo deciso di cambiare pelle alla nostra azienda e di farla diventare decisamente consumer oriented. Così abbiamo costruito il nostro prodotto sondando in continuazione i gusti e i desideri del pubblico».
Alla Binda hanno deciso di sfruttare la notorietà del marchio avviando un processo di diversificazione che è partito con una linea di gioielli in acciaio e di pelletteria. «E il successo è stato incredibile, è andata bene la linea da donna, ma è stata soprattutto quella da uomo a superare ogni aspettativa».



Ora nel quartier generale della Binda di viale Certosa a Milano stanno pensando alle prossime mosse: consolidata la presenza di Breil nel mercato italiano (dove fra l'altro la Binda distribuisce marchi come Nike, Seiko, D&G Time), è tempo di partire alla conquista dell'estero. Con negozi monomarca Breil in Europa (a Londra, Barcellona e in Germania) come pure a New York e Hong Kong.


Estratto da Panorama del 19/12/03 a cura di Pambianconews

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