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E la fabbrica del mondo piega il mito del distretto industriale

Di pbadm
18 Dic 2003

L'impressione, nel distretto di Biella come a Detroit, nel distretto di Prato come a Città del Messico, è in effetti che la Cina stia spazzando via le fabbriche del Vecchio Mondo e che gli stia soffiando milioni di posti di lavoro. E, se si guarda il mondo con la tradizionale lente della concorrenza di prezzo e di prodotto, è proprio così. Non solo i tessili, l'abbigliamento, le scarpe, ma anche le televisioni, le lavatrici, gli asciugacapelli, i giocattoli, i pettini e via all'infinito sono prodotti in gran parte – fino a percentuali del totale mondiale che si avvicinano al 70%, nelle aree costiere attorno a Hong Kong e Shangai. Non solo la qualità di questi prodotti è ormai paragonabile a quella occidentale (del Made in Italy, del Made in France, del Made in Us, per essere chiari) ma le imprese cinesi sono ormai entrate con destrezza nell'elettronica prima e nelle biotecnologie oggi. E fanno tutto a costi 30-40 volte inferiori di quelli europei e americani. Ovvio che per molte imprese tutto questo sia una disperazione.



Rispondere alla concorrenza cinese, però, forse si può. Non sui costi del lavoro o dei terreni dove edificare le fabbriche: lì non c'è niente da fare. E nemmeno sulla qualità di un cardigan piuttosto che di un registratore: sempre più spesso sono uguali ai nostri. I terreni sui quali un'impresa del Made in Italy può giocare la partita sono due. Il primo sta nello spostare la creazione del valore aggiunto dalla fabbrica alla sfera dell'intangibile: marchio, ideazione, creatività, marketing, reti di distribuzione, legami con i clienti. Cioè dove i cinesi non arrivano. Il secondo sta nel produrre nella tana del leone, nella Cina stessa, e con i sovraprofitti così realizzati rafforzare la parte intangibile del business.


Che la Zegna faccia qualcosa del genere è indicativo. Ma non è necessario avere grandi dimensioni o una tradizione secolare per seguire il nuovo modello. Anche aziende giovani e di 20 o 30 milioni di euro di fatturato hanno preso questa strada. La Piquadro di Bologna, produttrice di pelletteria di alta gamma, per esempio lo fa ormai su larga scala: la parte soft in Italia, la manifattura in buona parte nel Guangdong. Senza escludere di acquistare, un giorno, fabbriche, capacità produttiva e magari una rete distributiva in Cina. La chiave non è la dimensione o la muscolatura finanziaria di un'impresa: la chiave sta nella dinamicità del management.



Estratto da Corriere della Sera del 18/12/03 a cura di Pambianconews

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