L'euro dei record continua la sua corsa. Dopo il nuovo massimo storico toccato martedì notte sui mercati asiatici a quota 1,1979 dollari, la moneta unica è stata protagonista a Wall Street di una seduta movimentata, mantenendosi però sempre attorno a quota 1,19 dollari. La debolezza del biglietto verde ha pesato sulle Borse europee, preoccupate dai possibili riflessi negativi sui bilanci delle società del Vecchio Continente.
In particolare, tremano i grandi marchi del lusso e della moda, dopo che Morgan Stanley ha ridotto da «in-line» a «cautiuos» le attese sul settore, proprio perché i guadagni dell'euro sul dollaro rischiano di rendere non competitive le esportazioni all'estero delle aziende europee. Lvmh ha perso l'1,4%, mentre Richemont ha segnato un calo dell'1,6%. In frenata del 2,1% Bulgari. Burberry ha ceduto invece il 5,5% sul collocamento di una quota del 10% da parte dell'azionista Gus (-0,9%), la cui partecipazione scenderà al 67,5%.
L'insostenibile ascesa dell'euro rischia dunque di cancellare l'ottimismo con cui i big del lusso si stavano preparando al Natale. In effetti, nei mesi estivi le maggiori case di moda avevano visto un risveglio delle vendite, grazie ai segnali di ripresa dell'economia mondiale, da un lato, e al deprezzamento dell'euro nei confronti del dollaro, dall'altro. Ora, il nuovo massimo storico della moneta unica arriva come una doccia fredda sulle esportazioni delle aziende europee: tra i più colpiti, il settore automobilistico. Si salva Fiat, secondo gli analisti, in quanto le esportazioni nell'area dollaro non sono significative, mentre soffrono soprattutto le case francesi e tedesche. E proprio da Francia e Germania sono arrivate le reazioni più preoccupate. «Se l'euro rimanesse a lungo in area 1,20 dollari, potrebbe creare dei problemi alla nostra economia», ha detto il ministro delle Finanze francese, Francis Mer.
Il presidente dell'associazione degli industriali tedeschi, Michael Rogowski si è detto «estremamente preoccupato» sia dagli attuali livelli del cambio dell'euro che del fatto che la fine «non sia in vista».
Estratto da Il Giornale del 20/11/03 a cura di Pambianconews


