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Il falò delle vanità

Di pbadm
11 Ott 2002

Franco Cologni, presidente del consiglio di sorveglianza di Cartier International, ha idee molto precise su che cos'è e, soprattutto, su che cosa non è, il lusso all'alba del secolo XXI. E anche su che cosa si possono aspettare i fortunati clienti di orologi e collane e i meno fortunati acquirenti delle azioni delle luxury companies, tra le quali ovviamente c'è Richemont, holding quotata a Zurigo e proprietaria, fra gli altri, del marchio Cartier.

Dottor Cologni, come sente Cartier il morso della crisi economica mondiale?
«Nei tempi normali, la clientela, e dunque la produzione nei settori della gioielleria e dell'orologeria di alta qualità, formavano una piramide con alla base la produzione a minor prezzo per la clientela più larga e poi su, a risalire, fino al vertice dell'alta gioielleria per le gente molto ricca. Oggi la piramide è diventata una clessidra. C'è un cono rovesciato superiore, formato dai super ricchi che non conosce crisi. Questo tipo di clientela continua a comprare, fa anzi qualche follia come prima della grande crisi del 1929. Al centro, dove la clessidra si restringe troviamo la classe media che acquista prodotti non proprio a buon mercato, ma nemmeno costosissimi. In questa fascia di mercato prevale oggi la tendenza a stare alla finestra. è così in tutto il mondo. Nel cono basso della clessidra, invece, la situazione varia: l'Europa riduce le spese,
gli Usa no, il Giappone nemmeno».

Perché, tranne Bulgari, i grandi marchi internazionali della gioielleria sono francesi?
«Perché l'Italia è un paese di oreficeria e non anche di gioielleria come la Francia».

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