La sfida è aperta. L'industria tessile thailandese punta a compiere un salto di qualità rispetto all'offerta proveniente dagli altri paesi asiatici concorrenti nel mercato delle esportazioni. Paesi già fortemente proiettati allo sviluppo come la Cina, così come altri (Cambogia, Laos, Vietnam) appena usciti da un regime di chiusura economica e pronti a tutto pur di sfruttare la grande offerta di lavoro a disposizione.
Nei primi nove mesi del 2001 le esportazioni di prodotti tessili e abbigliamento hanno subito infatti una flessione del 7%, passando a circa 7 miliardi di dollari dai 7,5 dello stesso periodo dell'anno precedente. E se si concentra l'attenzione al solo export diretto all'Italia la tendenza al ribasso è ancora più evidente, essendo crollato, nello stesso periodo, del 19% a quota 115 milioni di dollari.
«Il nostro obiettivo», ha detto Chantira Jimreivat Vivatrat, direttore della divisione tessile del dipartimento di export promotion thailandese, «è quello di condurre le nostre aziende ad aumentare la loro produttività così come la qualità dei prodotti finiti, utilizzando i vantaggi offerti dalle innovazioni tecnologiche. Vogliamo presentarci nel mercato internazionale con un'offerta a più elevato valore aggiunto».
Un esempio che ben rappresenta questa strategia di crescita è la Apparel avenue, il primo produttore thailandese di abbigliamento certificato Iso 9002. Un'azienda che nell'esercizio 2000 ha realizzato un fatturato di circa 10 milioni di dollari con una forza lavoro di 500 persone, ognuna delle quali costa 3,75 dollari al giorno. La produzione, che per la maggior parte consiste in sleepwear e camicie, viene interamente esportata essendo fabbricata su commissione da parte di marchi leader come Calvin Klein, Tommy Hilfiger e Nautica.
sintesi dell'articolo di Ferruccio Podda a cura di Pambianconews


