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Bruxelles difende la due diligence: no alla semplificazione

Di Flavia Iride
23 Ott 2025
Bruxelles difende la due diligence: no alla semplificazione

Non ci sarà nessuno “sconto di pena” per le aziende in materia di diritti umani e ambiente, almeno momentaneamente. Questo è quanto emerso nell’ultima assemblea parlamentare di ieri, mercoledì 22 ottobre, in cui il Parlamento Europeo con 318 voti contrari (309 a favore, 34 astenuti) ha respinto la richiesta da parte della Commissione Affari Giuridici di applicare Omnibus 1, ovvero il pacchetto normativo proposto dalla stessa Commissione Europea nel 2025 per semplificare gli obblighi di rendicontazione di sostenibilità delle aziende.

Il nodo centrale riguarda la due diligence obbligatoria in materia di diritti umani e ambiente lungo le filiere globali. Omnibus 1 era stato proposto per semplificare la burocrazia delle aziende europee e per evitare costi aggiuntivi. Nello specifico, con questo pacchetto la Commissione aveva proposto di alzare la soglia di applicazione della due diligence solo per le aziende con più di 5 mila dipendenti e con fatturati annui superiori a 1,5 miliardi di euro di fatturato annuo (il livello attualmente stabilito coinvolge invece anche le aziende da mille dipendenti e con fatturati da 450 milioni), Inoltre, chiede l’eliminazione della responsabilità civile per le aziende che non rispettano gli obblighi (cioè niente cause legali a livello Ue) e la semplificazione di alcuni aspetti della rendicontazione di sostenibilità (Csrd). Questo nuovo piano avrebbe di fatto escluso le piccole e medie imprese sollevandole da alcune responsabilità in tema di sostenibilità ma il Parlamento si è momentaneamente espresso contrario a questo indebolimento della norma dichiarando un rischio di “annacquamento” delle restrizioni qualora questa norma venisse approvata.

Il voto del Parlamento blocca temporaneamente l’iter. Ora toccherà agli eurodeputati decidere, nella prossima sessione del 13 novembre, se riaprire o meno il dossier e con quale approccio. Parallelamente, partiranno discussioni con i governi nazionali, con l’obiettivo di finalizzare la legislazione entro il 2025.

Nel frattempo diversi Paesi chiave tra cui Francia ,Germania e anche in Italia, si stanno opponendo alla normativa due diligence e al pugno di ferro sulle leggi green dell’Unione Europea. Nel Bel Paese, il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni ha chiesto la revisione della Legge europea per il clima per tutelare le piccole e medie imprese. “Distruggere l’industria nazionale in nome di un’ideologia green non è credibile né sostenibile. Servono obiettivi ambientali ambiziosi, ma realistici e compatibili con il nostro tessuto produttivo. Imporre riduzioni del 90% delle emissioni entro il 2040, senza strumenti adeguati e senza una transizione tecnologica vera, rischia di mettere in ginocchio interi settori produttivi”, ha dichiarato il presidente di Confimprenditori, Stefano Ruvolo che è intervenuto proprio a difesa delle PMI che “stanno pagando il prezzo di una politica climatica scritta a Bruxelles senza tener conto della realtà economica dei Paesi membri”. Al contrario, spiega Ruvolo, ” l’Italia, pur restando impegnata sul fronte della sostenibilità, deve poter scegliere una transizione basata sulla neutralità tecnologica, puntando su ricerca, innovazione, biocarburanti, nucleare di nuova generazione e soluzioni digitali per l’efficienza energetica. Il Green Deal non può diventare un cappio economico: l’ecologia deve camminare insieme alla produzione, non contro di essa.”

La Francia, allo stesso modo, pur essendo stata pioniera con una propria legge nazionale sul dovere di diligenza (la Loi de vigilance del 2017), si è opposta al testo europeo nella forma attuale. Il governo francese – e Macron in prima linea – ha chiesto di abbandonare o riscrivere profondamente la proposta, temendo che gli obblighi troppo stringenti penalizzino le grandi imprese nazionali nei mercati globali, tra cui Lvmh. La posizione francese punta a mantenere un approccio più flessibile, prediligendo un controllo nazionale sul tema.

Segue anche la Germania che nel 2023 ha adottato una propria legge nazionale sul tema sostenibilità, ma ha espresso perplessità sull’introduzione della norma europea così com’è. Berlino ha infatti chiesto una semplificazione del testo e una maggiore compatibilità con il quadro normativo tedesco esistente. Il governo tedesco vuole allentare il controllo sulla supply chain e teme una sovrapposizione normativa e un carico burocratico eccessivo per le aziende.

In conclusione però, la bocciatura di questa norma per gli esperti rappresenta un campanello d’allarme. Se la normativa viene ulteriormente rinviata o diluita, le strategie aziendali volte all’adeguamento anticipato potrebbero dover essere modificate. Allo stesso tempo, un ritardo regolamentare potrebbe ridurre temporaneamente il “peso” competitivo per le aziende che già adottano standard elevati di sostenibilità, ma al contempo rischia di creare disparità tra quelle preparate e quelle meno.

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