Da Venezia arriva un appello ad accelerare la transizione verso un vero approccio sostenibile. Un appello al mondo fashion, ma anche alle istituzioni che, si auspica la platea degli imprenditori e delle associazioni di settore, possa supportare concretamente il sistema della moda e possa concretizzare alcune norme, in primis quella sulla Responsabilità estesa del produttore, tuttora ancora ferma per mancanza di decreti attuativi. Il messaggio arriva nel corso della seconda edizione del Venice Sustainable Fashion Forum, il summit promosso da Sistema Moda Italia, The European House – Ambrosetti e Confindustria Veneto Est – Area Metropolitana Venezia Padova Rovigo Treviso.
“Siamo convinti che la moda sia molto in ritardo rispetto ad altri settori, che sono partiti vent’anni fa, e ora bisogna accelerare”, ha sottolineato Flavio Sciuccati ,Senior partner & director of the global fashion unit, The European House – Ambrosetti, ideatore e fondatore del Forum insieme a Sistema Moda Italia e Confindustria Veneto Est. Alla base dei ritardi c’è soprattutto le difficoltà legate alla politica e la mancanza di norme. Proprio sul discorso della necessità di un supporto da parte delle istituzioni ha insistito Sergio Tamborini, presidente di Smi. “Alle istituzioni chiediamo regole chiare, per guidare con lo specchietto retrovisore”, facendo riferimento nello specifico proprio al discorso Epr.
Sul tavolo del governo sono diversi i dossier da chiudere. Da Roma, il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso ricorda come il ministero sia “al lavoro per essere precursori del cambiamento. Il disegno di legge sul Made in Italy in corso di approvazione in Parlamento introduce precise misure per valorizzare le fibre tessili riciclate, il riconoscimento di marchi legati al territori, l’utilizzo della blockchain e il rafforzamento misure anticontraffazione”. Quest’anno, aggiunge il ministro, “i margini di legge di bilancio sono molto ridotti quindi ci siamo concentrati sulle risorse per il lavoro e per i meno abbienti. Tuttavia, misure importante hanno già trovato spazio e mi riferisco al finanziamento della nuova Legge Sabatini, la super deduzione per imprese che assumono”. Altre misure sono in attesa della fine dei negoziati in Europa per l’allocamento dei finanziamenti previsti dal Pnrr. “Per il piano di transizione Industria 5.0 prevediamo oltre 4 miliardi di euro per progetti di sostenibilità ambientale. Inoltre, ci auspichiamo che il Liceo del made in Italy possa essere approvato entro poche settimane”.
Gli occhi sono puntati anche all’Europa, dove sono diversi i progetti in attesa di approvazione. Nel dettaglio, spiega Mauro Scalia, direttore Sustainable business di Euratex, “sul fronte dell’ecodesign, la norma che prevede l’applicazione delle etichette sulla scia di quanto già fatto, si sta definendo testo finale e sarà completato nei prossimi mesi. Il tessile sarà il primo a sperimentare questo nuovo tipo di regolamento. Ci si concentrerà su capi d’abbigliamento e ci si dovrà focalizzare sulla durata e tessuti riciclati. Le prime decisioni arriveranno anno prossimo ma non saranno vincolanti fino a 2025”. Il passaporto del prodotto, inoltre, “sarà introdotto e definito per il 2025, poi avremo un paio d’anni di transizione. Credo sarà una misura dirompente per le fasce di prodotto di scarsa qualità”.
Sul fronte delle imprese, come sottolinea Luca Solca, analista di Bernstein, la sostenibilità rappresenta un asset fondamentale. “Sempre più fondi e gestori del risparmi considerano il rispetto e la performance Esg come uno degli aspetti imprescindibili nelle loro decisioni di investimento. Questo eleva l’asticella dell’importanza di questi temi”, spiega.
Nel corso del Venice Sustainable Forum 2023 è stato presentato anche lo studio Just Fashion Transition 2023 che ha analizzato oltre 2.700 aziende italiane ed europee per fare il punto sui piani di riduzione dell’impatto ambientale e sociale del fashion. A dieci anni distanza dall’incendio del Rana Plaza di Dacca che ha scoperchiato la situazione drammatica delle condizioni dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo che operano conto terzi per le più grandi realtà del fashion mondiali, i numeri tracciano un panorama ancora di sfruttamento: meno del 2% di questi riceve un salario di sussistenza e le condizioni di lavoro nei Paesi a rischio sono peggiorate tra 2017 e 2021.
Lo studio scatta una fotografia a 360 gradi del settore moda e della sostenibilità, puntando il faro su molteplici elementi. Tra questi, il fatto che l’attenzione per il clima da parte delle aziende della moda sia aumentato in fretta: in un anno, è raddoppiato il numero di aziende certificate Cdp che rendicontano le proprie emissioni. I retailer globali, in particolare, si sono dotati di obiettivi di decarbonizzazione sfidanti, che oggi coprono oltre l’87% delle loro emissioni di scopo 3 (cioè quelle dell’intera filiera). “Le aziende italiane hanno migliorato molto la loro sostenibilità, del 16 per cento”, sottolinea Carlo Cici, partner & head of sustainability practices di Ambrosetti.
Lo studio sottolinea poi come la “fibra sostenibile” non esista. “Il profilo ambientale delle fibre varia
significativamente a seconda dell’hotspot d’impatto ambientale considerato, siano esse vegetali, sintetiche o artificiali. Al netto delle caratteristiche peculiari di ciascun materiale, in Europa, l’impronta ambientale dei prodotti tessili sembra calata in media del 46,3% in 4 anni, a fronte di uno sviluppo tecnologico che nel settore è progredito del 23,3 per cento”, si legge.



