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Follie private per Valentino e le altre griffe vanno a sconto

Di pbadm
28 Mag 2007

Il lusso entra nel mirino dei private equity. Ufficialmente, fino all'operazione di Valentino, in vendita non c'era nulla. Ma l'assalto di Permira e Carlyle a uno dei baluardi del made in Italy, ha evidenziato come tutto abbia un prezzo cui, anche azionisti più o meno legati all'azienda, possono essere disposti a cedere il passo. Il prezzo dell'azienda fondata dallo stilista romano è risultato all'incirca il 15% in più rispetto alla media di settore (21 volte l'utile e 12,8 volte l'ebitda 2007).


La scalata di Valentino potrebbe non rimanere a lungo l'unica. Marchi storici e noti in tutti e cinque i continenti, livelli di indebitamento molto bassi, ricchi margini e cash flow sostenuto sono caratteristiche molto attraenti per chi, come i private, acquista andando a leva.


Il lusso potrebbe essere la nuova frontiera. Sempre che i fondi riescano a convincere gli attuali azionisti di controllo a vendere. Perché a ben vedere, l'ostacolo maggiore ad una calata dei fondi nel made in Italy è la presenza delle famiglie fondatrici nell'azionariato dei vari gruppi. Un capitalismo familiare refrattario al passaggio di mano ma che deve far fronte anche ad un cambio generazionale.


La gioielleria romana, guidata da Francesco Trapani, con più di un secolo di storia alle spalle è un brand tra i più forti al mondo che, per di più, esercita una notevole forza di attrazione nei confronti dei nuovi miliardari asiatici vicini per gusto a via Condotti. La marginalità di preziosi e orologi è tra le più levate all'interno del già redditizio settore del lusso: l'Ebitda margin è al 21% dei ricavi; il free cash flow previsto per fine anno è di 55 milioni mentre l'indebitamento è di 100 milioni circa, ovvero 0,4% l'Ebitda previsto sul 2007.


La sorpresa potrebbe arrivare dalla più piccola Marcolin appena tornata in utile, nel primo trimestre 2007. Ricompattato due anni fa l'azionariato con una nuova alleanza tra la famiglia Marcolin e i fratelli Della Valle (che insieme a Luab srl di Luigi Abete controllano il 71% del capitale), acquisite nuove licenze in grado di sopperire alla perdita di D&G, i Della Valle sarebbero, secondo alcuni rumor di Borsa, pronti ad ottimizzare l'investimento.


La struttura finanziaria delle griffe del made in Italy potrebbe essere sfruttata utilizzando la leva, a beneficio di una crescita per acquisizioni o piuttosto per garantire una maggior retribuzione agli azionisti.



Estratto da Borsa & Finanza del 26/05/07 a cura di Pambianconews

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