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L'Italia dice addio alle scarpe low cost

Di pbadm
12 Mar 2007

Di ripresa ancora non si può parlare. Diciamo che la discesa si è fermata. Il mercato del calzaturiero questo anno va in pari, almeno secondo i dati dell'Anci, l'Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani, oltre 1.000 aderenti. In occasione del “Micam Shoeven” nella sede di Fiera di Milano Rho (dal 15 al 18 marzo, con oltre 1500 espositori, tra cui 500 stranieri) l'associazione presenta l'andamento di nove mesi del 2006, e i produttori tirano un sospiro di sollievo. Qualcosa ha funzionato, la politica dei dazi ad esempio; e la discesa si è fermata.


Infatti il rapporto registra per i primi nove mesi del 2006 (gennaio-settembre) anche dei “più”: +11,33 per la produzione, +10,80 per il valore (rispetto allo stesso periodo del 2005). Per l'Anci invece questo anno si è andati pari, niente di più. «Noi abbiamo un campione più complesso, rispetto a quello che usa l'Istat che comprende anche i piccoli produttori. Ma cerchiamo di essere ottimisti, scherza il presidente Rossano Soldini. L'inversione di tendenza c'è. I dazi hanno funzionato. Se adesso riusciamo a imporre il marchio obbligatorio di origine, che esiste in tutti i continenti, tranne che da noi, abbiamo calcolato che in soli sei mesi potremmo rientrare di un 30%: insomma, una buona parte di quello che ora viene venduto come italiano, e italiano non è, tornerebbe a casa».


Certe cose non cambiano, però. Se l´Italia resta il maggior produttore europeo, la Cina resta il concorrente più pericoloso. La Cina in tre anni, dal 2002 al 2004, ha invaso i mercati di mezzo mondo, Italia inclusa: le importazioni verso il nostro paese sono cresciute complessivamente del 130%: nel 2005 sono aumentate del 29%, e nel 2006 del 15%. E anche se le loro sono scarpe per ginnastica, scarpe di plastica, e quelle italiane invece sono di pelle e di moda, il prezzo è tutto. Per questo motivo l'Italia ha abbandonato la produzione di scarpe a poco prezzo, concentrandosi invece nel segmento medio alto: vale a dire calzature in pelle, rifinite, disegnate da uno stilista.


Solo in questo segmento, quello dove l'eccellenza italiana ha ancora un senso, c´'è la salvezza: per questo i produttori italiani continuano ad esportare 220 milioni di paia in tutto il mondo, di cui 180 milioni in Europa (in Germania soprattutto) e il resto in America e Russia. La Russia è in mezzo alla classifica per quanto riguarda i numeri, ma sale improvvisamente al quarto posto per quanto riguarda il valore: si vendono poche scarpe, ma quelle che si vendono si vendono bene. «E' un mercato in forte crescita, spiega Soldini, abbiamo perso il 30% del volume di affari delle calzature di poco pregio, ma abbiamo rafforzato il segmento medio e medio alto, che vale il 60% del totale».


Estratto da Affari & Finanza del 12/03/07 a cura di Pambianconews

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