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Da Bush a Gheddafi: quando il look è strategia

Di pbadm
27 Lug 2005

Cosa accomuna l'afro-americana più potente della Terra a un ex campione di cricket (ed ex sciupafemmine) anglo-pakistano oggi convertito all'islamismo e alla politica? Che cosa possiede il presidente «globetrotter» afghano che il vicepresidente Usa proprio non ha? La risposta è: fascino. Sia Condi Rice che Imran Khan, per non parlare di Hamid Karzai (incoronato nel 2002 da Tom Ford e da Vogue come l'uomo più elegante del mondo) hanno un look deciso, inconfondibile, che manca totalmente a quel «boscaiolo del Wyoming» di Cheney (la definizione è del Washington Post, che non gli ha perdonato la sua apparizione ad Auschwitz, per i sessant'anni della liberazione del lager nazista, in parka verde e berretto di lana).


A distribuire a questi e altri personaggi politici di statura mondiale la pagella del look migliore (e peggiore) non è un rotocalco femminile, ma Foreign Policy, autorevolissimo e austero bimestrale americano. Nell'era della politica spettacolo, sottintende l'articolo, anche la diplomazia si imbelletta: il vestito diventa un manifesto e il sarto un consulente politico, al quale affidare il messaggio che si vuole esportare nel mondo.


In questa guerra del look, il più scaltro, come al solito, si è dimostrato Gheddafi. Quando, ad agosto dell'anno scorso, ha ricevuto il premier italiano, il colonnello non si è fatto cogliere in contropiede: mentre Berlusconi indossava un sobrio vestito carta da zucchero, lui, il padrone di casa, esibiva un'improbabile camicia rosa. Semplice cattivo gusto? Niente affatto. Stampate sul tessuto infatti c'erano le foto di Nasser, Mandela e di tutti gli eroi dell'orgoglio africano, Negus incluso. Con buona pace dell'ospite italiano.


Estratto da Corriere della Sera del 27/07/05 a cura di Pambianconews

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