Sorpresa a Pechino. Gli stranieri copiano i marchi

Raccontano che nel 2006 il signor Wang Jiahuai fosse andato in Germania a esplorare le possibilità di esportare i prodotti della sua azienda. E che quando entrò in un supermercato, e vide su uno scaffale quei barattoli, rischiò di sentirsi male. Le etichette erano praticamente identiche a quelle della sua celebre pasta di tofu fermentata. Qualcuno aveva scippato al signor Wang e alla sua società alimentare, il Beijing Wangzhihe Food Group, il marchio del prodotto di punta. Peggio: la pasta di tofu Wangzhihe era stata registrata l'anno precedente dalla Okai, l'azienda di import-export che fino a non troppo tempo prima aveva commercializzato in Germania gli alimenti dell'azienda pechinese e che – ricorda il signor Wang – aveva tentato invano di diventarne agente esclusivo. L'apologo ha un suo sviluppo. Mentre il signor Wang ha deciso di andare in tribunale per difendere il suo marchio trecentenario (prima udienza l'8 agosto scorso), il Quotidiano del Popolo ha rivelato che la stessa Okai avrebbe registrato illegalmente altri due prodotti cinesi.


Fin qui i fatti. Poi comincia la propaganda. Perché la circostanza che siano aziende cinesi a denunciare contraffattori stranieri che ne clonano il marchio suona come il mondo a rovescio, il paradosso di una globalità dove ogni cosa trova il suo contrario. Le autorità cinesi, così criticate per lo scarso mordente nel perseguire pirateria e imitazioni, assaporano la loro vendetta: gli stranieri copiano i loro gioiellini.


Il contrattacco è circostanziato. E parte dal China Business Weekly, settimanale finanziario del quotidiano China Daily che Pechino impiega come strumento privilegiato per mandare messaggi alla comunità internazionale. Il quadro tracciato dalla Camera di Commercio cinese pare dimostrare come, in parte, anche le aziende della Repubblica Popolare vittime di registrazioni illegali o vere clonazioni del marchio scontino arretratezza normativa in patria, scarsissima preparazione legale, fragilità finanziarie per le quali affrontare cause o anche pratiche di registrazione all'estero diventa insostenibile. Le più coinvolte sono marche tradizionali, che esistono da decenni e hanno attraversato le varie bufere della storia cinese conservando una loro riconoscibilità. Secondo le stime rese pubbliche dalle autorità, sono ormai oltre un centinaio l'anno i casi simili.


Per ora, in attesa di notizie dai tribunali del mondo, il ministero del Commercio (guidato da Bo Xilai) ha selezionato 434 aziende per dar loro sostegno e consulenze. Anche la municipalità di Pechino, che nel sistema amministrativo cinese equivale a una provincia, si è fatta avanti, consapevole che molte delle aziende hanno sede nel suo territorio. L'anno scorso ha messo in piedi un «Fondo per lo sviluppo delle etichette storiche». La società che viene identificata come la più meritevole, riceve un sostegno di 300mila euro, le altre ottengono prestiti a condizioni particolarmente vantaggiose, fino a un massimo di 20mila euro per quelle – scrive il China Business Weekly con le performance più brillanti. Il signor Wang Jiahua, a Pechino, può forse contemplare più sereno i suoi barattoli di pasta di tofu fermentata, «strano odore, buon sapore». Se vince la sua battaglia, nessun retrogusto amaro.


Estratto da CorrierEconomia del 17/09/07 a cura di Pambianconews